SCOPRI CHI SIAMO E LA NOSTRA STORIA
Conoscere la Sezione A.N.A. di Bergamo
Edoardo Maffi
Segretario
Email: bergamo@ana.it
Tel. 035-311122
Da oltre un secolo, la Sezione A.N.A. di Bergamo è un punto di riferimento per chi crede nei valori alpini: solidarietà, impegno, memoria e spirito di gruppo. Fondata nel 1921, la Sezione è cresciuta con il territorio, promuovendo iniziative civili, culturali e sociali a favore della comunità bergamasca.
Oggi riunisce migliaia di Soci Alpini e Amici degli Alpini, organizzati in Gruppi e Nuclei attivi in tutta la provincia. Ogni attività è ispirata all’esempio di chi ha servito con onore, mantenendo vivo il legame con le tradizioni, ma sempre rivolgendosi con fiducia al futuro. Una storia che continua, giorno dopo giorno, grazie all’entusiasmo e alla dedizione di tanti volontari.
La Nostra Storia
Il 2021 è l’anno del nostro centenario: un’avventura iniziata il 19 giugno 1921. Prima di allora, privi di una propria Sezione, gli alpini bergamaschi erano iscritti direttamente alla sede nazionale. “Scintilla” per la nascita della Sezione ANA orobica fu il trasferimento da Milano a Bergamo del Comando del 5° Reggimento Alpini col Deposito reggimentale nel 1921.
Il 24 maggio, attraverso le pagine de “L’Eco di Bergamo” furono invitati tutti i Soci nel salone dell’albergo Cappello d’Oro per la prima riunione di fondazione della Sezione di Bergamo.
La Sezione Ana Bergamo
279 Gruppi, 4 Aree, 28 zone che sfiorano i 24 mila Soci (per l’esattezza, 17.040 Soci Alpini e 6.731 Soci Amici pari ad un totale di 23.771 Soci – dati 2021).
Completano la Sezione i 67 Nuclei di Protezione Civile ANA, in pratica il 25% dei Gruppi ha anche un nucleo di P.C. ; il museo sezionale, che ospita anche gli studenti con l’iniziativa “Tricolore nelle scuole”; una sezione sportiva che compete nei principali eventi nazionali raccogliendo successi.
La Sezione, inoltre, pubblica un proprio periodico, Lo scarpone orobico, registrato al Tribunale di Bergamo nell’aprile del 1955; in realtà, Lo scarpone nacque nel marzo del 1929 riprendendo una prima iniziativa, durata purtroppo poco, datata 1922 con il nome “Bollettino mensile della Sezione di Bergamo”.
Albo d’oro dei Presidenti dal 1921
Scorri la linea del tempo ripercorrendo gli anni dal 1921 ad oggi attraverso i Presidenti che hanno fatto la storia della Sezione Ana Bergamo.
Medaglie d’Oro
Per quanto riguarda le medaglie d’argento, quelle di bronzo e tutte le altre onorificenze, ci si è trovati di fronte ad un dilemma. La storia della Sezione è ricca di protagonisti e di avvenimenti. Ma, per quanto vasta e precisa sia stata la ricerca d’archivio, non si è riusciti a raggiungere la certezza assoluta di avere l’elenco completo degli Alpini fregiatisi di tali titoli. Per questo si è deciso di elencare solo le medaglie d’oro. Gli altri valorosi non sono certamente dimenticati. Essi continuano a vivere nei ricordi di tutti noi, nel cuore di chi li ha conosciuti e in quello delle generazioni future, per la cui libertà essi diedero la vita o compirono azioni nobili. Non possiamo, infine, dimenticare tutti quelli che non hanno avuto alcun riconoscimento, ma che compirono il proprio dovere fino all’estremo sacrificio.
SERGIO ABATE: Nato a Napoli il 3 agosto 1909, secondo di tre fratelli Alpini, con una passione inesauribile per la “Penna Nera”, frequentò la scuola Allievi Ufficiali di Milano e prestò servizio di prima nomina come Sottotenente del 1º Reggimento Alpini, Battaglione “Pievi di Teco” negli anni 1931-1932. La passione alpina, ormai diventata parte del suo spirito, non poteva dissolversi col ritorno alla vita borghese; infatti, non aveva ancora riposto il suo cappello alpino che già la Sezione di Bergamo (Battaglione Orobico) lo annoverava tra i suoi iscritti. Partì volontario per la Somalia nell’aprile del 1935. Promosso al grado di Tenente, fu assegnato al IX Battaglione arabo-somalo. Cadde il 19 maggio 1936 alla testa dei suoi ascari, durante un’operazione di rastrellamento nella zona del Monte Dunun, nella città di Neghelli. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro: «Con decisione, arditezza e sprezzo del pericolo, attaccava un forte nucleo di ribelli. Nel combattimento che ne seguiva, aspro per la ponderanza delle forze avversarie, non desisteva ed alla testa del suo plotone tentava di rompere il cerchio. Colpito gravemente cadeva sul campo. Esempio di valore e di alto sentimento del dovere».
PADRE GIOVANNI BREVI: Nato a Rocca del Colle, ora Bagnatica, il 28 giugno 1908, fu una splendida figura di Alpino e di sacerdote. Dopo un lungo periodo come missionario fra i lebbrosi del Camerun, venne chiamato alle armi nel 1940 e nominato Cappellano presso il 9° Reggimento Alpini. Fu inviato con lo stesso sul fronte greco-albanese. Nel 1942 partì per la Russia con il grado di Tenente Cappellano del Battaglione Val Cismon. Fatto prigioniero nel gennaio del 1943 durante la tragica ritirata, rimase in quella terra straniera per 12 anni, condannato ai lavori forzati, passando da un punto estremo all’altro di quell’immenso territorio e “visitando” la bellezza di 36 campi di concentramento. Fu vittima di soprusi ed ingiustizie che cercò di combattere con la preghiera, aiutando materialmente e moralmente i propri compagni di sventura. Alpino fra gli Alpi-ni, rifiutò ogni sorta di compromesso subendo tre processi farsa, venendo condannato a 30 anni di lavori forzati. Per 5 anni gli fu vietato di scrivere a casa, ma ciò non piegò la sua forza morale ed il suo amor patrio. Graziato dopo la morte di Stalin, padre Brevi rientrò in patria nel 1954 con pochi “sopravvissuti scomodi”. Le fotografie del tempo mostrano folle enormi accorse alle stazioni di transito ad omaggiare i reduci. Trasferitosi a Ronco Biellese e divenuto Cappellano della Guardia di Finanza, partecipò assiduamente alle manifestazioni alpine e rimase iscritto alla Sezione di Bergamo. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro: «Apostolo di Fede, martire del patriottismo, in ogni situazione, in ogni momento si offriva e si prodigava in favore dei bisognosi, non curante della sua stessa persona. Sacerdote caritatevole e illuminato, infermiere premuroso ed amorevole, curava generosamente gli infetti di mortali epidemie. Intransigente patriota, con adamantina fierezza, affrontava pericoli e disagi, senza mai piegarsi a lusinghe e minacce. Di fronte ai doveri ad alla dignità di soldato e di italiano, preferiva affrontare le sofferenze ed il pericolo di morte pur di non cedere. Eroicamente guadagnava il martirio ai lavori forzati Esempio sublime di pura fede e di quanto possa un apostolo di Cristo ed un soldato della Patria» (Prigionia di Russia, 1942-1954).
FRANCO BRIOLINI: Nato ad Albino il 29 maggio 1908, dopo il diploma di ragioniere e l’impiego presso un istituto di credito, venne chiamato alle armi nell’agosto 1928 ed ammesso alla Scuola Allievi Ufficiali di Complemento di Milano, svolgendo il servizio di prima nomina da Sot-totenente. Dall’aprile del 1929 all’ottobre dello stesso anno servì nel 7º Reggimento Alpini. Veramente attaccato alle tradizioni della sua terra e della sua famiglia, il richiamo alle armi nel 1940 lo tolse al lavoro in un monumento in cui la sua posizione prendeva maggiore consistenza. Con il grado di Tenente ed assegnato al Battaglione “Val Camo-nica” del 5º Alpini, combatté dall’11 al 25 giugno 1940 sul fronte alpino occidentale e nel gennaio 1941 partì per l’Albania inquadrato nel 5º Battaglione complementi. Ormai il ragioniere, il funzionario attento, aveva lasciato il posto al comandante indaffarato nell’esistenza martoriata di una guerra atroce e nel 1942, da Ca-pitano, assunse il comando della 49ª Compagnia del Battaglione “Tirano” del 5º Alpini ed inviato in Russia, da cui non tornò più. Motivazione della Medaglia d’Oro: «Comandante della compagnia alpina, capace ad ardito, trasfondeva in cinque mesi di operazioni sul fronte russo il suo esuberante entusiasmo ed il suo elevato senso del dovere nei suoi Alpini, formando del reparto un solido ed aggressivo strumento di guerra, temprato contro tutte le avversità e gli ostacoli del difficile settore operativo. In un momento particolarmente critico di un aspro combattimen-to, ricevuto l’ordine di contrattaccare il nemico che, superiore in uomini e mezzi, stava attaccando una colonna in ripiegamento, benché conscio della sua superiorità numerica, senza armi di accompagnamento, con poche munizioni e con uomini sfiniti dalle lunghe marce nella steppa gelida e dalle privazioni, consapevole del sacrificio si metteva alla testa dei suoi Alpini e li trascinava in assalto disperato che sorprendeva il nemico sconvolgendo le file e mettendo in fuga. Nel generoso ed eroico tentativo immolava la sua giovane vita, supremo olocausto di una delle più tipiche figure della gente della nostra montagna che addita la vita del sacrificio e del dovere; morente incitava ancora i suoi Alpini al grido di “Avanti Alpini; viva l’Italia!”» (Arnautowo, Russia, 26 gennaio 1943).
LEONIDA MAGNOLINI: Nato a Edolo il 15 luglio 1913, si trasferì in giovane età con la famiglia a Lovere. Nel 1934 si diplomò Perito Industriale presso l’Istituto Tecnico Industriale “Rossi” nella città di Vicenza. Allievo ufficiale di Artiglieria Alpina a Brà, nel 1935 prestò servizio di prima nomina come Aspirante, nel 2° Reggimento Artiglieria Alpina a Merano, per poi passare al 3º Reggimento a Gorizia. Congedato, lavorò alla Società Ansaldo di Genova e poi alla Dalmine. Richiamato con il grado di Sottotenente per la campagna sul fronte occidentale del 2º Reggimento Artiglieria Alpina, Gruppo Valle Camonica, venne quindi trasferito al Gruppo Bergamo dello stesso Reggimento. Partecipò alla Campagna di Russia e, durante la tragica ritirata, venne colpito a morte durante un improvviso attacco nemico mentre stava organizzando la difesa. Motivazione della Medaglia d’Oro: «Comandante di una sezione munizioni e vlveri di un reparto M.V., durante un ciclo di sanguinosi combattimenti e di estenuanti marce, sosteneva, guidava, animava i suoi uomini sacrificandosi in ogni momento per essere a tutti esempio di coraggio, costanza, altissimo senso del dovere. In un combattimento notturno di tragica asprezza, circondato il reparto da soverchianti forze nemiche, con eccezionale prontezza e capacità riusciva ad organizzare la difesa. Sempre primo ove maggiore era il pericolo, riusciva per molte ore a sostenere l’urto nemico, galvanizzando i suoi uomini ancora validi e alla loro testa si lanciava in un disperato contrattacco. Mortalmente ferito, rifiutava l’aiuto di chi voleva allontanarlo dal combattimento e, immobilizzato sulla neve nella gelida notte, continuava fino all’estremo respiro ad incitare i suoi valorosi soldati all’ultima resistenza» (Opyt-Nikitowka, Fronte Russo, 19-26 gennaio 1943).
VITTORIO GASPARINI: Il Capitano Vittorio Gasparini nacque ad Ambivere il 30 luglio 1913. Dopo gli studi all’Istituto Tecnico Commerciale di Berga-mo, si laureò in Economia e Commercio all’Università di Venezia. Nel 1934 venne destinato al 4° Reggimento Alpini, ove ritornò da richiamato nel 1935. Nel 1939 venne nuovamente richiamato ed assegnato al Battaglione “Edolo”. Nel 1942 venne inviato a Roma, presso gli Stabilimenti Bomprini Parodi Delfino, fabbrica di esplosivi considerata indispensabile ai fini della produzione bellica. Lasciata la capitale, lavorò a Montichiari. Si trattava invero di una copertura per la sua attività di collaboratore ai servizi segreti alleati. Catturato dai tedeschi, venne internato nel carcere di San Vittore a Milano. Suo compagno di cella fu nientemeno che Indro Montanelli del quale divenne amico e confidente. In una lettera, inviata l’11 agosto 1944 al fratello Carlo Gasparini, il noto giornalista descriveva la breve ma intensa amicizia nata in carcere e ne sottolineava il coraggio e la coerenza. La lettera concludeva con queste parole: «Era un uomo che aveva taciuto sotto tortura e che ora aspettava la morte. Quando la Guardia Repubblicana venne a prelevarlo, s’inginocchiò per l’ultima preghiera, a ciglio asciutto e sguardo sereno: nessun uomo in piedi fu più grande di questo uomo in ginocchio». Questa la motivazione per la Medaglia d’Oro: «Si prestava volontariamente a cooperare con il fronte clandestino di Resistenza della Marina Militare raccogliendo ed inviando preziose informazioni militari, politiche ed economiche, risultate sempre delle più utili allo sviluppo vittorioso della guerra di Libera-zione. Arrestato dai tedeschi e torturato per più giorni consecutivi, resisteva magnificamente senza mai tradirsi, né rivelare i segreti a lui noti, addossandosi le altrui colpe e riuscendo con ciò a scagionare un compagno che veniva liberato. Condannato a morte, veniva barbaramente fucilato in una piazza di Milano poco discosta della sua abitazione e dai propri familiari. Elevato esempio di indomito coraggio e di incrollabile forza morale, ammirevole figura di ufficiale e di martire che ha coronato la propria esistenza invocando la Patria» (Milano, 1 gennaio – 12 agosto 1944). Il Comune di Bergamo gli ha intitolato una via, ove ora è ubicata la sede Ana della Sezione di Bergamo.
FERRUCCIO PIZZIGONI: Nato a Milano il 7 maggio 1919 da genitori bergamaschi ed imparentato con i fratelli Calvi (suo padre Pericle era il fratello della mamma dei fratelli Calvi), risiedette a Credaro fin dai primi mesi di vita. Conseguita la maturità classica a Moncalieri, si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria Industriale del Politecnico di Milano. Nel luglio 1939 si presentò volontario alle armi. Sottotenente nel mese di giugno 1940, prese parte alle operazioni di guerra sul fronte alpino occidentale con la 10ª batteria del Gruppo Mondovi. Fu poi trasferito al 24° Raggruppamento Artiglieria della Guardia alla Frontiera nel novembre 1941. Il presidio, nonostante una forte resistenza, venne sopraffatto ed egli, autodenunciandosi quale Ufficiale, venne passato per le armi. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro: «Ufficiale in sottordine di batteria antinave in base insulare d’oltremare, stretta d’assedio da preponderanti forze germaniche, piazzata una mitragliera sui resti di un cannone distrutto della batteria, effettuava personalmente efficacissimo fuoco contro aerei attaccati in picchiata. Avvenuto lo sbarco nemico, incurante del fuoco dei mortai e dei persistenti attacchi aerei a volo radente ed in picchiata, iniziava e continuava il fuoco dei cannoni, riuscendo per due volte a colpire e costringere a riprendere largo navi e mezzi nemici da sbarco. Rimasto ferito, con un solo marinaio superstite fra gli armamenti decimati, proseguiva il fuoco con due pezzi, caricando e puntando lui stesso un cannone fino al giungere dei rinforzi e prodigandosi oltre il limite della sua energia per soccorrere i feriti. Caduto esausto e rianimandosi dopo breve pausa, riprendeva con indomito ardore l’aspra lotta, finché sopratfatto in lunghe ore di combattimento l’eroico presidio, faceva saltare i cannoni rimasti efficienti. Catturato dal nemico, ben consapevole delle feroci rappresaglie e pure avendo la possibilità di sfuggire rimanendo nei ranghi dei semplici soldati, denunciava il suo stato di Ufficiale, non esteriormente visi-bile, per seguire la sorte dei colleghi. Trucidato, cadeva confermando nell’estremo sacrificio mirabili virtù militari e sublime dedizione al dovere» (Lero, Egeo, 12 novembre,bre 1943). Il Politecnico di Milano, dopo la sua morte, gli conferì la laurea ad honorem. La sua salma riposa a Credaro. Nel 1954 gli Alpini ed il Comune gli dedicarono una piazza.
GIORGIO PAGLIA: Nato a Bologna il 9 marzo 1922, poco dopo la nascita si trasferì con la famiglia a Nese. Ancora giovanissimo, rimase orfano del padre Guido, combattente in Africa Orientale, il cui eroico comportamento venne compensato con Medaglia d’Oro al Valor Mili-tare. Era studente di Ingegneria a Milano. Distintosi per coraggio e capacità, il giovane era conosciuto tra i partigiani come “tenente Giorgio”. II 17 novembre 1944 i fascisti, tornati in forza nella zona di Lovere, riuscirono a sorprendere lui e la sua squadra alla Malga Lunga. Paglia, finite le munizioni, accettò la resa a condizione che i feriti fossero curati. I fascisti finsero di aderire alla proposta. Invece eliminarono a pugnalate i due feriti Zeduri e Starich. Trascinarono poi a Costa Volpino Paglia, Guido Galimberti, Andrea Caslini ed i russi Kopcenko, Nogin ed Eranov. Processati, vennero tutti condannati a morte e fucilati il 21 novembre 1944. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro: «Valoroso ufficiale partigiano, durante un violento scontro contro preponderanti forze fasciste, dopo strenua resistenza veniva sopraffatto e catturato con pochi superstiti dei suoi eroici partigiani, ormai stremati di forze e privi di munizioni. Per non esporre i propri compagni alla rappresaglia nemica, neppur tentava la possibilità di fuga offertagli da un audace contrattacco di altri partigiani accorsi per salvarlo. Condannato a morte, sdegnosamente rifiutava la grazia della vita concessa a lui solo, perché figlio di eroico decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare e, in un sublime impeto di fraterno amore, dichiarava di voler seguire la sorte dei suoi compagni e chiedeva di essere fucilato per primo. All’atto dell’esecuzione bollava i suoi carnefici con roventi parole e orgogliosamente si dichiarava reo della più nobile delle colpe: di amare la Patria. Fulgido esempio di incomparabile spirito di sacrificio e altruismo» (Costa Volpino, 21 novembre 1944). Dopo la liberazione, a Giorgio Paglia è stata conferita dal Politecnico di Milano la laurea ad honorem. Al suo nome sono state intitolate strade e piazze a Lovere, Alzano Lombardo, Bergamo e Calvenzano. La Malga Lunga, simbolo della 53ª Brigata Garibaldi, restaurata per iniziativa degli ex partigiani e trasformata in un Museo, è diventata un santuario della Resistenza bergamasca.